PAOLA FIERRO

Dottoressa

ciclo: XXXIV



Titolo della tesi: Il caso della plastica. Problematiche ambientali ed esigenze di circolarità

La plastica è una particolare tipologia di rifiuto, causa di numerose esternalità negative, soprattutto in ecosistemi fragili come quello marino, alla luce delle inefficienze, ma anche di oggettive difficoltà, che si manifestano nelle fasi di produzione, smaltimento e riciclo. Nel secondo dopoguerra, diviene progressivamente simbolo del consumismo e della logica dell’usa e getta, verrà utilizzata in ogni settore, non solo alimentare o degli imballaggi, ma troverà, a poco a poco, impiego anche nel campo della moda, del design e dell’arte. La plastica rappresenta, in tale contesto, l’emblema di una nuova civiltà fondata sul consumo, di un accesso al benessere aperto anche alle masse, viene ontologicamente concepita come materiale usa e getta, nella logica di un’economia lineare e insostenibile. Negli ultimi decenni, con il manifestarsi di problemi ambientali di carattere globale, quali i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, si è resa necessaria una riflessione relativa al ripensamento degli stili di vita e delle modalità di sviluppo. La ricerca intende sottolineare i punti critici presenti nella gestione di tale tipologia di rifiuto e gli istituti giuridici che possono essere strumenti utili nella lotta alla plastica e nel miglioramento del settore in una direzione più sostenibile. In particolare, nel primo capitolo, la problematica viene inquadrata nel contesto del rapporto tra ambiente e sviluppo, facendo riferimento ai limiti e danni provocati dal modello tradizionale di sviluppo economico, con particolare riferimento alla compromissione dei servizi ecosistemici. La ricerca intende descrivere l’esigenza di un ripensamento nell’attuale modello di sviluppo economico, tracciando l’evoluzione del concetto di sviluppo sostenibile, sia in ambito internazionale che europeo e l’esigenza di modificare l’attuale modello di sviluppo economico virando verso i principi dell’economia circolare, che, secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation, “è un’economia pensata per potersi rigenerare da sola”. Le più recenti tendenze mostrano, difatti, la volontà di trasformare un settore simbolo di numerosi danni ambientali in una direzione “circolare”. La Commissione Europea nel Piano d’azione per l'economia circolare, ha, infatti, individuato la plastica come priorità chiave e si è impegnata a elaborare "una strategia per affrontare le sfide poste dalle materie plastiche in tutte le fasi della catena del valore e tenere conto del loro intero ciclo di vita”. Anche nel Green Deal europeo e nel nuovo Piano di azione per l’economia circolare del 2020, la problematica della plastica rappresenta uno dei punti essenziali. Nella ricerca si ripercorre l’evoluzione storica del concetto e la sua collocazione nel contesto normativo. La ricerca procede poi, nell’analisi delle fonti esistenti in materia. In particolare, si farà riferimento alle fonti europee, analizzando la Strategia Europea e la Direttiva 2019/904 considerando anche la disciplina esistente in tema di tutela del mare da plastica. Per quanto concerne la disciplina nazionale, verrà analizzato il quadro nazionale di regolazione dell’economia circolare in materia di plastica, con particolare riferimento al D.lgs. 8 novembre 2021 n. 1968, alla tematica della responsabilità estesa del produttore e al PNRR. Inoltre, si farà riferimento all’ attuazione da parte delle Regioni e dei Comuni della disciplina europea sulla plastica. Il terzo capitolo è dedicato all’analisi delle fonti internazionali in quanto, alla luce dell’ampiezza della problematica della plastica, la stipula di un nuovo accordo internazionale, sembra essere lo strumento più adeguato ad affrontare la tematica. Si sottolinea che la comunità internazionale ha ipotizzato diverse soluzioni ma nessuna sembra in grado di recare i benefici e le innovazioni che solo un nuovo trattato potrebbe contenere. Un ruolo importante di ispirazione e di acquisizione di maggiore consapevolezza, è stato svolto dall’UNEA, il cui intervento consiste, però, in risoluzioni non vincolanti e nella commissione di studi e ricerche. Nonostante l’esplicito riconoscimento dell’importanza di misure che gestiscano la presenza di plastica e microplastica nei mari e oceani considerando tutte le fonti inquinanti, l’UNEA ha fatto soprattutto riferimento alla necessità di migliorare le tecniche di trattamento dei rifiuti in plastica, non attribuendo pari considerazione alle restanti fasi di produzione. Per quanto concerne le convenzioni internazionali sull’inquinamento marino, sebbene vi siano delle possibilità di ampliare l’applicazione della Convenzione UNCLOS del 1982, si registrano in merito criticità che rendono in ogni caso, più desiderabile un nuovo, specifico, accordo. Infatti, un emendamento delle disposizioni dell’art. 207 sulle fonti terrestri di inquinamento, ritenute troppo generali, anche se realizzabile, trova dei limiti nei requisiti previsti dagli artt. 312-313 e 315-316 della Convenzione. L’art. 31, par. 1 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, permetterebbe una limitata interpretazione in senso evolutivo delle norme di cui all’art. 207, ma non è chiaro quanto questo possa influire sulle politiche degli Stati. A seguito delle modifiche apportate alla Convenzione di Basilea sono stati adottati importanti emendamenti agli allegati II, VIII e IX ma, anche in questo caso, il coordinamento con un accordo di portata generale sul tema della plastica, permetterebbe di potenziarne gli effetti e di creare un approccio sistematico ormai necessario. Il nuovo Trattato potrebbe avere natura di protocollo alle convenzioni esistenti o di accordo internazionale a sé stante, e potrebbe trovare un utile modello di riferimento nel Protocollo di Montreal sul controllo delle sostanze che riducono lo strato di ozono. L’approccio adoperato nella riduzione della produzione, impiego delle menzionate sostanze, così come le restrizioni commerciali e le sanzioni, potrebbero ispirare simili misure per regolare l’industria e il commercio di plastica vergine, con lo scopo di rendere l’economia della plastica più circolare. Certamente, anche in tal caso, non mancherebbero difficoltà applicative e resistenze in relazione alla partecipazione da parte di alcuni Stati ma che potrebbero essere superate a seguito di una maggiore sensibilizzazione della comunità internazionale e ad un conseguente serio impegno. L’ultimo capitolo intende, infine, attraverso il ricorso alla comparazione, evidenziare le possibili strategie vincenti nella lotta alla plastica. Alla luce dell’analisi condotta, si ricava che, sulla base delle realtà esistenti in molti Paesi, la plastica è stata oggetto di interesse da parte del legislatore. Osservando le modalità di intervento più diffuse, è possibile tracciare delle linee guida che dovrebbero essere seguite sia nel nostro ordinamento sia altrove, per poter produrre un effetto positivo sull’ambiente e limitare i danni prodotti dalla plastica. Una regolamentazione efficace, che abbracci tutti i livelli di governo e comprenda in primis un trattato internazionale, rappresenta il punto di partenza essenziale. All’interno di tale regolamentazione vi sono alcuni istituti che, applicati congiuntamente, sembrano in grado di offrire risultati positivi, come il vuoto a rendere, la responsabilità estesa del produttore e gli appalti verdi. Tali istituti devono, però, essere considerati congiuntamente e collocati in una strategia ampia che possa abbracciare ogni fase di vita dei prodotti. La Strategia europea e la sua recentissima attuazione da parte dell’Italia, sembrano fornire delle buone basi ma sarà necessario verificare la concreta applicazione di tali norme nel corso del tempo e, soprattutto, sarà fondamentale un intervento più consistente da parte dei grandi produttori e consumatori di plastica che possa dare luogo ad un accordo internazionale, il solo in grado di produrre effetti di ampia portata.

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