GIUSEPPE NICCOLO IMPERLINO

Dottore di ricerca

ciclo: XXXVIII



Titolo della tesi: La restituzione come forma di riparazione delle vittime nel diritto internazionale

La tesi indaga l'istituto della restituzione quale forma di riparazione nel diritto internazionale. Muovendo dall'origine giuspositivista del concetto, concepito primariamente per reintegrare una situazione giuridica lesa e ripristinare lo status quo ante, la ricerca si propone di dimostrare come tale nozione non possa più essere letta in modo unitario. Oggi, infatti, la restituzione opera in contesti normativi ed istituzionali profondamente eterogenei, subendo trasformazioni funzionali a seconda del regime giuridico di riferimento, dei soggetti coinvolti e delle finalità perseguite. Attraverso un approccio dogmatico-ricostruttivo e comparativo, l'elaborato si articola in quattro macro-ambiti principali. Il primo capitolo analizza il regime della responsabilità degli Stati e delle Organizzazioni Internazionali. Partendo dal celebre caso delle Officine di Chorzów e giungendo all'art. 35 del Progetto ARSIWA della Commissione di Diritto Internazionale, si evidenzia il primato teorico della restitutio in integrum rispetto al risarcimento per equivalente. Tuttavia, emerge già in questa sede uno scollamento tra teoria e prassi, particolarmente evidente nella giurisprudenza arbitrale in materia di investimenti, dove la restituzione viene sistematicamente marginalizzata a favore della compensazione pecuniaria. Il secondo capitolo traspone l'indagine nel diritto internazionale dei diritti umani, segnando il passaggio a una dimensione in cui l'obbligo riparatorio è funzionalmente orientato alla protezione delle vittime di violazioni di diritti umani. Le corti regionali (come la Corte EDU, la Corte Interamericana e la Corte Africana) e i Treaty Bodies tendono ad adottare un'accezione strettamente ripristinatoria della restituzione, impiegandola per la restituzione di beni, il ripristino della libertà personale o il reintegro lavorativo. Tali organi, tuttavia, si scontrano costantemente con il limite dell'impossibilità materiale, ontologicamente insuperabile nelle violazioni più gravi, quali la perdita di vite umane. Il terzo capitolo esplora la giustizia penale internazionale (Tribunali ad hoc, tribunali «internazionalizzati» e Corte penale internazionale), in cui la riparazione assume connotati inediti e «orizzontali»: il rapporto obbligatorio si instaura direttamente tra la persona fisica autrice del crimine e la vittima. Sebbene l'art. 75 dello Statuto di Roma preveda espressamente la restituzione, la dimensione «di massa» dei crimini e la frequente indigenza degli imputati rendono tale rimedio materialmente complesso. Ciò spinge il sistema verso forme di compensazione collettiva, spesso mediate dall'intervento di appositi meccanismi istituzionali come il Fondo a beneficio delle vittime (Trust Fund for Victims). Il quarto capitolo introduce la prospettiva del contrasto ai reati transnazionali e del recupero dei beni confiscati (asset recovery), con un focus particolare sull'art. 57 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (UNCAC). In questo settore si assiste a una progressiva evoluzione da una logica puramente repressiva interstatale a un approccio human rights-based. Il rimpatrio dei proventi illeciti tende sempre più a emanciparsi dal mero trasferimento incondizionato ai governi d'origine, per trasformarsi, tramite accordi ad hoc e adozione di norme interne, in uno strumento di vera e propria giustizia distributiva a beneficio diretto delle popolazioni danneggiate dalla corruzione.

Produzione scientifica

11573/1705591 - 2024 - Il trattamento delle persone detenute negli hotspots italiani nella recente giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo
Imperlino, Giuseppe Niccolo - 01a Articolo in rivista
rivista: ORDINE INTERNAZIONALE E DIRITTI UMANI (Napoli: Editoriale Scientifica Roma : [ S. n.]) pp. 131-147 - issn: 2284-3531 - wos: (0) - scopus: (0)

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