Titolo della tesi: I vescovi e i conflitti della Controriforma nel Mezzogiorno d'Italia (1563-1644) Le diocesi di Melfi e Vieste
La mia proposta iniziale aveva preso le mosse dalle grandi esperienze etno-antropologiche di Ernesto De Martino: in Lucania, a metà del Novecento, tradizioni pagane e pratiche cristiane convivevano in un solido equilibrio, frutto, in larga misura, del sottosviluppo di un’area del Mezzogiorno d’Italia rimasta ai margini della modernità.
Ma intendevo anche approfondire il ruolo esercitato dall’Inquisizione nel Viceregno di Napoli. A differenza della capitale, dove il foro arcivescovile egemonizzò tra Cinque e Settecento il trattamento delle cause del Sant’Ufficio, nel resto del Sud la situazione sembra molto più incerta, sia per la debolezza di gran parte dei vescovi, sia per la più forte presenza dello Stato.
Rispetto a questi problemi storici la scelta si è appuntata sulle diocesi di Melfi e Vieste.
Per quanto riguarda Melfi le ragioni sono state la buona disponibilità di documentazione inedita per tutta l’età moderna, non solo di natura giudiziaria, e la presenza ai vertici della diocesi (1621-1622) del cardinale Desiderio Scaglia, figura di primo piano del Sant’Ufficio, anche sul versante dei processi di stregoneria e del suo maestro di camera Lazzaro Carafino (1622-1626) molto attivo nella caccia alle streghe nella diocesi di Como, dove fu vescovo dal 1621 al 1665. Oltretutto, dal 1626 al 1644 la diocesi di Melfi fu affidata al nipote di Desiderio Scaglia, Deodato, che con lui rimase in stretto contatto.
L'interesse per Vieste, oltre alla buona disponibilità di fonti archivistiche, è stato determinato anche dalla presenza tra i suoi vescovi, in età tridentina, di due figure di rilievo della Chiesa di quegli anni come Giulio Pavesi, prelato di punta ed esponente di primo piano della Congregazione del Sant’Ufficio, e Ugo Boncompagni, di lì a poco divenuto papa col nome di Gregorio XIII.
Anche per loro, come per Desiderio Scaglia, Lazzaro Carafino e Deodato Scaglia, era lecito ipotizzare una forte premura per la lotta alle tradizioni pagane, oltretutto in anni tra i più intensi per un’Inquisizione romana attenta a fornire il suo contributo alle riforme tridentine in corso di applicazione.
Anche a Vieste però, il quadro affiorato è sostanzialmente identico, su questo versante, a quello documentato a Melfi: né le pratiche superstiziose, né le accuse di magia diabolica sono oggetto di particolare attenzione da parte dei vescovi, se si fa eccezione per la minoranza cattolica di rito greco che abitava il casale di Barile, con cui Deodato Scaglia combatté un'aspra battaglia.
In entrambe le diocesi, inoltre, le magistrature statali, che hanno avuto spesso, anche in Italia, un peso fondamentale nella lotta alle superstizioni e nella caccia alle streghe, in particolare nelle valli alpine, sembrano abitualmente ben poco interessate alla repressione e alla punizione del maleficio. La Lucania magica di de Martino, insomma, ha trovato ampie conferme.
Da quanto è emerso dal mio studio, invece, tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento, a Vieste come a Melfi, le attività dei vescovi furono rivolte prevalentemente a risolvere conflitti di giurisdizione per l'esercizio del potere sul territorio. Nella documentazione reperita spiccano i loro frequenti scontri con i governatori, le tensioni con i Capitoli delle cattedrali, gli esposti relativi ai crimini comuni del clero, comunemente tollerati o ignorati nei tribunali diocesani. Nei casi più delicati e controversi questi conflitti sono sottratti ai poteri locali e si risolvono, spesso dopo lunghi anni, tra le competenti Congregazioni romane, il Consiglio Collaterale e la Delegazione della Real Giurisdizione.
Da quanto emerge dalla ricerca condotta, furono queste le tensioni che complicarono, soprattutto nel Seicento, i rapporti tra il clero, i vescovi e i rappresentanti delle istituzioni statali, nella Lucania come in tutto il Viceregno.