Titolo della tesi: La cultura del restauro in Spagna nella seconda metà del Novecento. Rapporti e sinergie con l'Italia
Nello studio del restauro architettonico in Spagna, la seconda metà del XX secolo deve essere intesa in termini storici anziché in una rigida cronologia. Per questo motivo, abbiamo considerato il periodo che va dalla Guerra Civile (1936-1939) alla Transizione democratica (1975-1979), il quale culminerà con il processo di decentramento delle competenze nel 1986. Il periodo che va dal 1936 al 1986 è costituito da cinque decenni fondamentali nella trasformazione politica e sociale della Spagna. Lo sarà anche nella trasformazione culturale e patrimoniale, come accadrà in Italia e in Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Eravamo partiti dalla considerazione che la situazione storica di entrambi gli Stati era esattamente opposta in questi decenni. La successione di dittatura, guerra e repubblica in Italia ha avuto il processo opposto in Spagna. Abbiamo ritenuto fondamentale tornare indietro in certe occasioni fino alla Guerra Civile stessa, poiché quando abbiamo iniziato a notare che allora si stavano formando alcune tendenze fondamentali, ovvero i quadri concettuali dei decenni successivi. Ci riferiamo, innanzitutto, alla messa in discussione dell'autonomia del restauro come disciplina.
La ricerca è partita dalla nostra necessità di interpretare il restauro ripreso in Spagna nella seconda metà del XX secolo, nonché di analizzare quale sia stato l'influenza coeva della cultura italiana del restauro. Un periodo particolarmente fondamentale per il patrimonio europeo che era stato oscurato da implicazioni di altro tipo in Spagna. Fino ad ora, i successivi servizi centrali di restauro (Servizio di Difesa del Patrimonio Artistico Nazionale (PAN), Commissariato del PAN o Servizio di Monumenti), non erano stati analizzati al di là dei progetti specifici. A tal fine, abbiamo approfondito la documentazione dell'Archivo General de la Administración, dell'Instituto de Patrimonio Cultural de España (IPCE) o di quelli dell'Educación o della Cultura,
Non era stato neppure affrontato con precisione il processo concreto di ricezione della cultura italiana del momento nel nostro campo. Abbiamo cercato di completarlo attraverso la documentazione dell'Accademia di Spagna a Roma e dell'ICCROM, nonché degli archivi sopra menzionati. I riferimenti che abbiamo trovato nelle pubblicazioni dell'epoca ci hanno dimostrato che i professionisti spagnoli cercavano più il prestigio e l'auto-giustificazione in queste citazioni dei teorici italiani che una vera assimilazione riflessiva. Per questi motivi, nei riferimenti era comune che diverse tendenze, in realtà fortemente contrapposte tra loro, apparissero mescolate.
Questo ci ha portato anche ad analizzare la formazione ricevuta nelle due Escuelas di architettura spagnole, così come la storiografia dell'architettura che ha influenzato in larga misura la formazione di questi architetti restauratori. Questa storiografia fu, in gran parte, debitrice durante il dopoguerra di un rigenerazionismo, che decise di recuperare la Generación del 98, ignorando un'intera generazione, quella del 27 che aveva portato alla cultura spagnola la cosiddetta Età dell'Argento, e che si identificava con la Repubblica.
All'interno di questa storiografia, abbiamo evidenziato il ruolo del marchese di Lozoya, che divenne direttore generale delle Belle Arti (1939-1951) e che già nel 1930 aveva creato un'opera basata su ciò che egli chiamava il concetto «romantico della storia». Lo stesso vale per la pubblicazione nel 1947 di un libro di grande portata, intitolato Invariantes castizos de la Arquitectura española dell'architetto restauratore e professore ordinario a Madrid, Fernando Chueca Goitia, basato su una rilettura dell'opera di Miguel de Unamuno, En torno al casticismo, una raccolta di saggi pubblicata nel 1895.
Di fronte a tutto ciò, dopo la guerra, si alzò la chiarezza di idee e la grande conoscenza di Leopoldo Torres Balbás, che, tuttavia, finì per subire la depurazione e l'inabilitazione come restauratore mentre si occupava di proporre criteri ‘proconservatori’. Finora, le sue numerose e interessantissime annotazioni critiche sul restauro degli anni Quaranta e Cinquanta non sono state commentate nel loro insieme. Si tratta dell'unica cosa che poteva fare per cercare di fermare l'involuzione teorica che si stava verificando nel suo paese. Sono scritti che rivelano il ruolo fondamentale che questa grande figura avrebbe potuto svolgere nel restauro spagnolo nel dopoguerra.
Una delle grandi difficoltà nell'affrontare questo periodo è stata la mancanza di pubblicazioni specializzate sul restauro durante la dittatura franchista (1939-1975). Ciò non significa che in Spagna non ci sia stata un'evoluzione nella teoria o nella pratica. Abbiamo considerato che non solo i progetti, ma anche i loro lavori di storia dell'architettura e persino il disegno sono elementi che hanno definito lo sguardo e il gusto dei diversi architetti restauratori. Molti di loro si sono distinti come storici dell'architettura e ci spiegano indirettamente come hanno affrontato i loro restauri. Per questo motivo ci siamo soffermati sul rigoroso lavoro di Félix Hernández Giménez come architetto-archeologo e su quello di Francisco Íñiguez Almech che, nonostante il suo atteggiamento ambiguo, è stato fondamentale negli anni Quaranta e Cinquanta. Anche Luis Cervera Vera ha contribuito alla valutazione dello studio documentario come forma di scongiurare il 'pastiche' storicista.
Una volta interpretato lo sguardo iniziale dell'architetto restauratore spagnolo, è stato possibile analizzare come si è relazionato con le influenze internazionali. Abbiamo interpretato l'Accademia di Spagna a Roma come una realtà diversa da quella vissuta in Spagna, che è stata utilizzata dalla politica estera come piattaforma per promuovere un'immagine concreta del paese dall'estero. I regolamenti dell'Accademia che abbiamo studiato mostrano questi esitamenti nel trattare il restauro e la Storia dell'architettura. L'architettura moderna internazionale spostava in quel momento ogni interesse per la Storia tra i più giovani architetti spagnoli, come rivendicazione contro gli storicismi monumentalisti promossi dallo Stato negli anni Quaranta. L'Accademia fu l'occasione sfruttata dal Regime per trasmettere un'immagine tuttora illusoria di modernità attraverso i suoi pensionati, nonché attraverso i padiglioni e le mostre internazionali finanziate a questo scopo negli anni Cinquanta e all'inizio degli anni Sessanta.
Il dibattito che si era instaurato tra l'architettura organica e i criteri di restauro era di grande interesse per gli architetti spagnoli, poiché faceva luce su come affrontare l'ambiente nelle città storiche. Presero come riferimento i musei in edifici storici di Carlo Scarpa, Franco Albini, Franca Helg, Franco Minissi o il BBPR, ma si opposero alla teoria brandiana del restauro, a partire da premesse basate su un'analisi strutturalista, che non fu del tutto assimilata.
Dalla direzione SDPAN (1963-1969), Gabriel Alomar promosse l'arrivo a Roma di architetti per formarsi come restauratori all'ICCROM a partire dalla fine degli anni Sessanta. I rapporti si rafforzarono e iniziarono i veri scambi tra i due paesi, soprattutto grazie a Italo Carlo Angle, Guglielmo De Angelis d'Ossat o Franca Helg e soprattutto ad Alberto García Gil nella sua pionieristica direzione del Servizio Monumenti (1971-1974). Durante i due decenni successivi, giovani architetti spagnoli hanno partecipato sia a questo corso che alla Scuola di Perfezionamento e poi di Specializzazione. Si sono occupati di restauro principalmente attraverso l'insegnamento, sia nelle università che in altri centri dipendenti dall'amministrazione (Centro Segovia, Istituto di Restauro di Monumenti e Complessi, CETRA), piuttosto che attraverso la pratica professionale.
Questi primi contatti con l'Italia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta hanno permesso di introdurre in Spagna strumenti come la fotogrammetria grazie all'architetto Antonio Almagro (1974), o metodologie come l'“archeologia dell'architettura” nell'analisi della stratigrafia muraria, con gli archeologi Luis Caballero Zoreda o Alberto López Mullor negli anni Ottanta. Questi strumenti analitici hanno influenzato una rinnovata interpretazione dell'architettura storica e hanno progressivamente trasformato lo sguardo dell'architetto restauratore. A ciò si sono aggiunti altri sviluppi, completamente ispanici, che hanno contribuito a formare uno sguardo progressivamente più interessato all'aspetto materiale del'architettura storica.
Un ultimo capitolo ha affrontato il modo in cui i successivi servizi centrali creati in Spagna durante il nostro periodo si sono occupati del restauro monumentale, del suo ambiente e della città storica. Abbiamo esplorato i vari tentativi di aggiornamento e rinnovamento attraverso documentazione archivistica inedita. Grazie alla sua interpretazione, abbiamo visto quali erano le sue aspettative iniziali e come sono state così spesso frustrate o assimilate in modo incompleto.
Infine, abbiamo raccolto un ampio appendice documentale che separa la documentazione del servizio stesso, i verbali del Consiglio consultivo o i progetti trattati, nonché lunghe e ricche interviste ad Alberto García Gil e Antoni González Moreno-Navarro, due delle figure più rappresentative, che hanno avuto la gentilezza di condividere le loro esperienze e opinioni su questo periodo.