Titolo della tesi: “Debunking ethics”: una prospettiva evolutiva sull’antirealismo morale.
Questa tesi esamina le implicazioni del naturalismo darwiniano per la metaetica contemporanea, sostenendo che la genealogia evolutiva del senso morale indebolisce la plausibilità del realismo morale robusto e, al contrario, supporta una forma sentimentalista di finzionalismo morale. Il filo argomentativo principale è sviluppato attraverso il quadro teorico degli Evolutionary Debunking Arguments (EDAs), secondo i quali, se i nostri giudizi morali sono il prodotto di pressioni evolutive indifferenti alla verità morale, allora l’apparente oggettività e autorità delle pretese morali non può essere giustificata epistemicamente. Seguendo le analisi di Richard Joyce e Sharon Street, si argomenta che il realista deve o postulare un’improbabile corrispondenza tra i processi evolutivi e fatti morali indipendenti dall’atteggiamento, oppure ammettere che i fondamenti giustificativi delle credenze morali risultano strutturalmente compromessi.
La prima parte della tesi ricostruisce il cambiamento concettuale introdotto dalla spiegazione naturalistica darwiniana del senso morale. Si mostra come l’analisi di Darwin della simpatia, degli istinti sociali e delle disposizioni cooperative destabilizzi le basi teleologiche e teologiche tradizionali della moralità, mettendo in questione l’idea che la normatività morale sia radicata in un ordine non naturale. L’emergere della moralità viene così interpretato come parte del più ampio sviluppo biologico e psicologico della specie umana, anziché come espressione di una sfera autonoma della ragione.
La seconda parte fornisce un’analisi dettagliata degli EDAs, trattandoli non come critiche esterne al realismo morale, ma come sfide interne a qualsiasi forma di realismo che cerchi la compatibilità con un modello naturalistico della cognizione umana. Si sostiene che gli EDAs rivelano una tensione strutturale tra realismo morale e spiegazioni evolutive: il racconto evolutivo rende conto dell’autorità fenomenica e della motivazione morale senza postulare proprietà morali oggettive. Questa ridondanza esplicativa indebolisce la posizione realista e rafforza alternative antirealiste.
La terza parte sviluppa una concezione naturalizzata della motivazione morale, radicata nella tradizione sentimentalista e sostenuta da ricerche in primatologia, psicologia sociale e neuroscienze. Si mette in luce la continuità tra disposizioni affettive, risonanza empatica e comportamento normativamente guidato, mostrando come il giudizio morale sia meglio compreso come una forma di regolazione sociale mediata affettivamente, piuttosto che come risposta a verità morali indipendenti.
La quarta parte difende una forma di finzionalismo morale che preserva la forza pratica e motivazionale della moralità senza presupporne la verità. In questa prospettiva, le norme morali funzionano come finzioni socialmente stabilizzanti ed efficaci dal punto di vista motivazionale: cornici condivise che sostengono la coordinazione, la fiducia e la responsabilità reciproca. La moralità rimane indispensabile non perché rappresenti fatti morali oggettivi, ma perché rende possibili forme di vita comunitaria basate su cooperazione, riconoscimento e imputabilità. In questo senso, la moralità non è vera, ma continua ad avere valore, significato e ruolo nella vita umana.