Thesis title: Il Mild Cognitive Impairment negli anziani: il ruolo del sistema esecutivo e dei domini cognitivi nella determinazione della diagnosi e della prevalenza
Se l’invecchiamento presenta una normale riduzione di alcune capacità cognitive vero è, anche, che questa riduzione può essere aggravata e velocizzata da alcune malattie neurodegenerative quali, ad esempio, la demenza o il semplice Mild Cognitive Impairment (MCI).
Con l’aumento dell’aspettativa di vita e il rapporto sempre più sfavorevole tra popolazione attiva e non attiva, inoltre, tenderà ad aumentare anche l’onere socioeconomico correlato alla cura, all’assistenza e alle spese previdenziali destinate agli anziani, causando il cosiddetto longevity shock, già sottolineato dal Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, 2012). È evidente, inoltre, che la doppia transizione, epidemiologica e demografica, incrementerà inevitabilmente l’incidenza di numerose patologie neurodegenerative che si caratterizzano per un deficit cognitivo età-correlato, prima tra tutte la malattia di Alzheimer, spesso preceduta dal MCI.
L’attenzione verso la caratterizzazione del decadimento cognitivo ha portato, fin dagli anni ‘60, a tentare di definire una specifica categoria nosologica caratterizzata dalla presenza di un deficit cognitivo isolato in soggetti con età avanzata, per poter identificare una fase di transizione dall’invecchiamento fisiologico a quello patologico che potesse essere utile alla comprensione della fase precoce della storia naturale delle demenze. Nel corso degli ultimi decenni, sono state, quindi, proposte diverse possibili categorie nosografiche quali “Benign Senescent Forgetfulness” (Kral, 1962), “Age Associated Memory Impairment” (Crook et al., 1986), “Age Associated Cognitive Decline” (Levy, 1994), “Cognitive Impairment No Dementia” (Graham et al., 1997), e, infine, “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. Con quest’ultima definizione, proposta da Petersen nel 1999, si descrive un soggetto che presenta un declino cognitivo lieve in uno o più domini in presenza di normali abilità nelle attività di vita quotidiana.
Evidenze scientifiche rilevano che il MCI è, probabilmente, un fattore di rischio per la demenza; si deve sottolineare, tuttavia, che in molti casi (tra il 20 e il 40%) si osserva anche un cosiddetto ritorno alla normalità cognitiva, aspetto che implica una difficoltà a individuare in modo accurato questo tipo di soggetti (Galluzzo et al., 2012).
Allo stato attuale della ricerca e della clinica ci sono però una serie di problemi relativi alla mancanza di una sufficiente e affidabile, se non univoca, metodologia diagnostica, e alle eccessive oscillazioni della prevalenza della patologia, che variano a seconda dei molti criteri che vengono utilizzati per individuarla e ai diversificati strumenti applicati.
Partendo da questi presupposti, dunque, obiettivo di questa tesi è indagare i diversi domini cognitivi implicati nel MCI e le prevalenze che ne conseguono, a seconda della estensione del protocollo diagnostico. Parte della raccolta dati e della valutazione in presenza di tutti i soggetti coinvolti nella ricerca è stata svolta, con non poche difficoltà, durante la pandemia di Covid-19.
La tesi è divisa in due sezioni:
nella prima sezione verranno presentate:
sia una panoramica generale dell’invecchiamento e del MCI
sia due rassegne sistematiche della letteratura, una sulla prevalenza e sui protocolli di diagnosi del MCI e l’altra sulle Funzioni Esecutive nel MCI;
nella seconda sezione verranno presentati due esperimenti:
attraverso il primo si è cercato di analizzare i diversi sistemi diagnostici di MCI, al fine di valutare la differente prevalenza e di proporre un nuovo sistema di classificazione del MCI;
il secondo esperimento, invece, ha avuto come obiettivo la valutazione dell’efficienza delle principali Funzioni Esecutive nel MCI secondo il modello di Diamond (2013).
Pur avendo come fine condiviso l’approfondimento del Mild Cognitive Impairment, ciascuno dei capitoli della tesi ha obiettivi specifici e una struttura autonoma.